La prima domanda da farsi non è "quale marca", ma a quale distanza e su quale disciplina verrà usata l'ottica. Un red dot per IPSC a 15-25 metri e un cannocchiale per PRS a 600-1000 metri risolvono problemi completamente diversi, anche se entrambi si montano su un binario Picatinny.
Il piano focale è il primo bivio tecnico: su un FFP (First Focal Plane) il reticolo cambia dimensione insieme all'ingrandimento e le sue tacche restano proporzionalmente corrette a qualunque zoom — utile per chi stima distanze o corregge il vento a ingrandimenti variabili, come nel tiro di precisione. Su un SFP (Second Focal Plane) il reticolo resta della stessa dimensione apparente, e le sue tacche sono corrette solo a un ingrandimento specifico (di solito il massimo) — spesso più semplice da leggere a bassi ingrandimenti, per questo diffuso su ottiche da caccia e LPVO generaliste.
Ingrandimento minimo e massimo, diametro dell'obiettivo e distanza operativa vanno letti insieme: un 1-6x24 pensato per il tiro dinamico a corta distanza non compete con un 5-25x56 pensato per il long range, anche se sulla carta "ingrandiscono" entrambi. La regolazione delle torrette in MOA o in MRAD non è "meglio o peggio" in assoluto — conta soprattutto restare coerenti con l'unità di misura già usata nelle proprie tabelle di tiro, per non dover convertire sotto pressione durante una gara.
Il resto della scheda tecnica — trasmissione della luce, tipo di rivestimento delle lenti, impermeabilità, materiale del tubo — comincia a contare quando le prime scelte (piano focale, ingrandimento, distanza) sono già state fatte, non prima.